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venerdì 20 maggio 2011

PUNTI DI VISTA

Nuova rubrica


il blog langue.
Riporto intervento da fip scuola, senza che abbia nulla a che fare con i ns campionati. Solo per il piacere della lettura.

20 Maggio 2011 -
La sindrome del cetriolo del Big Mac ®: simbolismo, o metafora dello scaricabarile ?

Fabrizio Pellegrini (Fip Scuola)

Su diversi blog dell’universo di internet gira questa storiella: “Mi piace un sacco pensare alla metafora del cetriolo di McDonald’s ®. Tu compri un Big Mac ®, e sai che dentro fatalmente ci troverai una fettina di cetriolo. Lo sai perché è sempre successo; eppure non lo vuoi, ti auguri che per una volta tu ne sia stato dispensato.
Io mi domando spesso perché l’odiato McDonald’s ®, che sa bene come la fettina di cetriolo sia un ospite indesiderato, si ostini a nasconderla dentro il Big Mac ®.
Ho pure pensato che possa significare una sorta di metafora della vita oppure che possa avere un valore simbolico, che ti ricorda che non tutto è perfetto, che è probabilmente il sistema più efficace per rimetterti i piedi per terra, per farti ragionare a freddo.
Perché insomma, se vuoi togliere la fettina di cetriolo devi aprire il Big Mac ® e vedere cosa c’è dentro.”

A questo punto e fuori di metafora vediamo cosa veramente varrebbe la pena di trattare in materia di “cetrioli” . Io comincerei con il vegetale in oggetto, a partire dalla sua classificazione nel mondo degli ortaggi. Dunque scientificamente la classificazione prevede: - Classe magnoliopsidae. – Ordine cucurbitales – Famiglia cucurbitaceae – Genere cucumis – Specie sativus – Nome binario “cucumis sativus”. In fondo si tratta grosso modo della stessa appartenenza dei meloni, delle zucchine, dei cocomeri o angurie, delle zucche rosso-arancio, delle zucche lisce e via discorrendo.

La sua pianta, dalle infiorescenze gialle o bianche, è una sorta di “vitigno” che può arrampicarsi o strisciare sul terreno. Se ne conoscono per il consumo umano tre varietà, la slicing, la burpless, la decapage. Tra le più pregiate nel nostro paese la varietà ibrida pugliese detta “carosello bianco barese”.

Sul piano nutrizionale il cetriolo è pressoché privo di calorie (13 kcal per 100 gr di prodotto), il che lo rende comune nelle diete, è composto prevalentemente da acqua (96%), carboidrati disponibili (2%) e sali minerali quali potassio (140 mg), calcio (16 mg), fosforo (17 mg), sodio (4 mg). Contiene inoltre 11 mg di vitamina C, mentre è trascurabile l’apporto di vitamine degli altri gruppi.

Sin qui il discorrere attorno al soggetto, insomma per la serie “il cetriolo questo sconosciuto”; mentre certamente più i avvertiti delle umane vicende avranno sicuramente compreso che non di cetrioli in guisa di ortolani ci accingiamo a trattare, bensì di cetrioli come metafora dei comportamenti umani.

Facciamo grazia ai referenti della politica e delle istituzioni dei loro comportamenti in materia di uso diffuso delle tecniche dello scaricabarile, del cetriolo o del cerino acceso, perché sarebbe troppo facile, come sparare sulla croce rossa; occupiamoci invece di noi, comuni mortali e delle nostre umane vicende.

Credo che tutto possa aver inizio con l’errore e la sua demonizzazione, con la responsabilità e la sua assenza, con l’etica e la sua latitanza. La radice di questi tre elementi, a mio modesto avviso, trova inoltre nutrimento sia nella mancanza di autostima, sia, paradossalmente nel delirio di onnipotenza. Tutta roba da psicologi quando non da psichiatri.

Il che mi rinforza la personale idea sulla giustezza della chiusura dei manicomi in quanto la maggior parte dei sofferenti di mente, appunto, di fatto agisce “hic et nunc atque cotidiae”. Si, insomma, sono tra noi, oggi.

E potremmo cominciare con il campo, per la serie: primo allenamento dopo la partita che abbiamo perso; il tecnico richiama l’errore del difensore in una determinata azione (partenza del cetriolo); questi si lamenta del compagno che non è venuto al raddoppio (passaggio del cetriolo); il compagno si giustifica dicendo che non c’era spazio in quanto ce ne aveva addosso due perché l’altro compagno era distratto (ripassaggio del cetriolo); il distratto si rivolge al tecnico rimproverandolo per non aver richiamato la sua attenzione (ritorno definitivo del cetriolo). Il cerchio si chiude !

Insomma non uno che singolarmente, tecnico compreso, assuma perlomeno un atteggiamento di autocritica, che provi minimamente a intraprendere un percorso di auting, che si ponga in relazione d’aiuto allo scopo d’individuare le ragioni e persino lo scopo di quella situazione della quale ciascuno evidenzia un solo elemento, il cetriolo che viaggia basso, per cui l’unico scopo è quello di scaricarlo ad altri, a qualsiasi costo.

Quando in una delle puntate precedenti, accennavo alla comunicazione efficace, intendevo richiamare l’attenzione anche sull’approccio, sull’incipit, sull’atteggiamento, sulla postura persino di chi si rivolge agli altri, quale che sia il suo ruolo, la sua autorità, il suo scopo.
Viceversa è come limitarsi a constatare che c’è il cetriolo che sta lì, come nel BigMac ® di McDonald’s ®, senza che ti venga voglia di scoprire cosa ci sia dentro al “paninazzo”. Insomma ti deve venire voglia di scoprire perché hai beccato quel canestro e perché poi alla fine hai perso la partita.

Io che dovevo difendere da ultimo uomo non ammetterò mai, neppure di fronte all’evidenza, che posso essere stato indotto da una finta all’errore (da demonizzare) e non ho sufficiente onestà intellettuale (detta anche sapiente umiltà) per riconoscere che non sono stato in grado di “leggere” gli indizi dei “feromoni rilasciati dall’attaccante”; infine il mio capolavoro di cialtroneria si perfeziona con l’attribuzione ad altri della responsabilità di gestione “del cetriolo”. Appunto.

Il tutto poi si trasforma in un’autentica sorta di “catena di S.Antonio” dove ciascuno recita il medesimo ruolo: chi io ? No, lui ! Io? Ma quando mai, semmai Lui ! E via discorrendo fino a quando “il cetriolo” per esaurimento di ortolani ritorna a chi lo ha avviato. E mai che si schianti a terra !

Intanto allora cominciamo dall’errore, asserendo con forza che “ Non esistono errori, esistono solo risultati”. (J.E.Jones – P.P.D.S. in “La comunicazione assertiva” a cura di B.Ferrarese). Vi si afferma infatti che “Sbagliare non è altro che ottenere risultati insoddisfacenti. Perciò non esistono sbagli, soltanto risultati”. Questo tipo di approccio all’errore sintetizza in modo molto efficace il principio che ispira una persona che utilizza lo stile assertivo quando si trova di fronte alla necessità di scegliere ed è consapevole dell’implicita assunzione di una possibile conseguenza negativa. Scegliere, infatti, rappresenta un rischio ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte significa prendere in mano le proprie sorti evitando di attribuire continuamente a eventi esterni o ad altri l’eventuale errore.” Ed io aggiungo che tutto ciò ha a che fare con l’assunzione di responsabilità.

Oggi non si resta più stupiti di fronte alle innumerevoli mancanze individuali e collettive di assunzione di responsabilità. Ci si stupisce semmai del contrario. Se s’incontra qualcuno che se ne assume crediamo d’essere di fronte ad un’azione “rivoluzionaria”.

E forse un tecnico, un allenatore, un dirigente, se coglie il senso del non essere un leader ma un maker, dovrebbe trovare il coraggio d’essere rivoluzionario rispetto alla piattezza dello scaricabarile, all’esercizio del lancio e del passaggio del cetriolo. Ne conseguono le responsabilità di agire da maker :
• I makers hanno la responsabilità di ciò che vedono. Questo significa che sono responsabili della visione della loro squadra, la loro organizzazione e dei risultati da essi ottenuti.
• I makers hanno la responsabilità di avviare la comunicazione. Non una comunicazione a base di cetrioli ma una comunicazione proattiva. Quando si verifica una mis-communication si diffonde “il cetriolismo” e la responsabilità consiste nel ripulire l'aria e nel comunicare assertivamente.
• I makers hanno la responsabilità di dare l'esempio. Di assumersi la responsabilità, di dare l'esempio, rappresentare il cambiamento che vogliamo vedere negli altri. I maker devono capire che le loro azioni sono amplificate dai loro seguaci e che non devono cercare chi sbaglia; devono individuare l’errore.
• I makers sono responsabili dei risultati. I makers sono responsabili per i risultati, i risultati di un maker sono un riflesso della sua capacità di makership, nessuna scusa e nessuna colpa.
• I makers deve indicare e definire le priorità. Il maker sa ottenere l'attenzione e mantenere le priorità, sa prendere decisioni e rimuovere gli ostacoli.
In una delle sue “Bustine di Minerva” di qualche tempo fa, Umberto Eco, faceva giustamente cenno ai due principi che guidano le scelte delle persone: in base alla rappresentatività e in base alle competenze. Su ambedue i criteri ci sarebbe da ragionare assai. Io mi limito ad aggiungere che ne vedrei un altro di criterio, quello della responsabilità. Take the responsibility, direi in un mondo quale quello del basket in cui l’inglese va tanto di moda.
Con buona pace dei “cetriolisti” d’ogni età, ruolo e stagione !

Fabrizio M. Pellegrini
Vicepresidente Settore Scuola

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